Il nostro invito
Un viaggio nell’Hokkaido, se fatto con consapevolezza, cessa di essere turismo e diventa un dialogo immersivo tra storia, cultura e tradizioni locali. Il nostro invito è quello di incentivare il viaggio autentico, preservando la bellezza e la diversità del nostro mondo, abbandonando le manie dei social media, rallentando e ritrovando forse un pizzico di sé in questi tempi confusi e lontani dai ritmi dell’umano e di tutto ciò che è vivente.
La riscoperta di itinerari e storie sommerse è per noi centrale, nel viaggio come nella vita. Ogni momento che viviamo non tornerà , ma può restare vivo nei ricordi e nelle emozioni.
In fondo all’articolo troverai diversi suggerimenti di viaggio per scoprire le bellezze nascoste del Giappone!
I Figli della Terra e della Neve
Questa è la storia di un popolo dimenticato, un enigma rimasto per millenni intrappolato tra le foreste dell’arcipelago nipponico.
Lungo i secoli, i viaggiatori e gli antropologi che si sono avventurati nell’estremo nord del Giappone si sono trovati di fronte a un enigma. Tra le nevi dell’Hokkaido vivevano gli Ainu, un popolo dagli occhi profondi, i cui tratti fisici non assomigliavano a quelli dei loro vicini giapponesi. La loro pelle più chiara, così come spesso accadeva anche per il colore degli occhi, azzurri o verdi, la corporatura robusta e la diffusa pelosità corporea negli uomini hanno spinto i primi osservatori a classificarli come “caucasici”.

Ci si chiedeva come un popolo con caratteristiche apparentemente “occidentali” fosse finito isolato nell’arcipelago giapponese ben prima dell’arrivo del fenotipo asiatico, i Wajin.
Gli uomini portavano barbe folte e magnifiche che scendevano fino al petto. Le donne ornavano la bocca con particolari tatuaggi che ne esaltavano le caratteristiche e che tenevano lontani gli spiriti maligni.
Questi uomini e donne sembravano usciti da una leggenda russa, indiana o addirittura europea, eppure erano lì, isolati su un’isola all’estremità del mondo.
La verità , come spesso accade, è più affascinante delle teorie. Gli Ainu non erano stranieri venuti da lontano. Erano le radici stesse dell’arcipelago. Sono i discendenti diretti di antiche genti che camminavano su quelle terre decine di migliaia di anni prima che nascesse il concetto stesso di “Giappone”. I loro miti raccontano che non sono arrivati da nessun luogo: sono nati dalla terra stessa, con corpi fatti di suolo e capelli d’erba, un mosaico genetico antico e prezioso, sopravvissuto al tempo e all’isolamento.
Il loro territorio si estendeva ben oltre l’isola di Hokkaido (allora conosciuta come Ezo); comprendeva anche la parte meridionale di Sakhalin e le Isole Curili. Per secoli, hanno vissuto come una società di cacciatori-raccoglitori e commercianti.


L’Ombra del Silenzio
La bellezza di questa unicità ha rischiato di svanire per sempre. Con l’arrivo della modernizzazione, calò un’ombra lunga e fredda sulla “Terra degli Uomini” (per loro l’Ainu Moshir). Quella che seguì fu una storia che purtroppo conosciamo bene, una storia di confini tracciati sulle mappe senza chiedere permesso a chi quelle terre le abitava.
I primi contatti con le altre popolazioni furono commerciali, ma con l’espansione dei Wajin verso nord, le relazioni divennero tese. Già nel 1457, la Rivolta di Koshamain segnò uno dei primi grandi conflitti armati tra gli Ainu e i coloni giapponesi che si stabilivano nel sud dell’Hokkaido.
Gli Ainu erano animisti, credevano che ogni elemento della vita fosse sacro e incarnato da un dio (i Kamuy), credevano nell’equilibrio di tutte le cose. Ogni elemento della natura, ogni manufatto, ogni agente atmosferico portava con sé il dono degli dei, e andava celebrato in tutta la sua essenza con gratitudine.
Fu detto loro che il proprio modo di vivere, fatto di caccia e dialogo con la natura, era sbagliato. Fu detto loro di tagliare le barbe sacre, di smettere di tatuare le labbra delle donne. Fu detto loro di dimenticare la lingua dei loro padri, un idioma musicale che non aveva scrittura perché viveva nel respiro e nei racconti attorno al fuoco, la loro connessione diretta con l’aldilà .
Fu detto loro di unirsi ai Wajin, obbligando le donne ad avere figli con i nuovi arrivati.

Il punto di svolta irreversibile arrivò con la Restaurazione Meiji alla fine del XIX secolo. Il nuovo governo imperiale giapponese, ansioso di modernizzare la nazione e consolidare i propri confini settentrionali (in particolare contro la minaccia percepita dalla Russia), annesse formalmente l’isola maggiore a nord dell’arcipelago, ribattezzandola Hokkaido.
Per “sviluppare” l’Hokkaido secondo il modello agricolo Wajin, lo stile di vita Ainu, basato sulla caccia, la pesca e la raccolta, doveva essere sradicato.
Iniziò una massiccia migrazione di coloni Wajin nell’isola. Gli Ainu, un tempo padroni della loro terra, divennero rapidamente una minoranza. I dati sono sconcertanti: la percentuale di Ainu sulla popolazione totale dell’Hokkaido crollò dal 15% nel 1873 a un misero 0,5% nel 1936.
Per quasi un secolo, essere Ainu divenne una vergogna da nascondere. Molti smisero di raccontare le vecchie storie ai figli per proteggerli, sperando che si confondessero con la folla, che diventassero “invisibili” per sopravvivere. Il popolo che venerava l’orso come un dio si ritrovò in gabbia, etichettato tristemente come una “razza primitiva e morente”.

Il Ritorno della Voce
Eppure, qualcosa è sopravvissuto sotto la neve. Come i semi che aspettano pazienti la fine dell’inverno, la cultura Ainu non è morta. Ha dormito. E oggi, sta germogliando con una nuova forza lenta ma inestinguibile.
Oggi, se tendete l’orecchio, potrete sentirete nuovamente il suono del tonkori, un’arpa a cinque corde, lunga e piatta, tradizionalmente ricavata dai tendini di cervo, originaria degli Ainu di Karafuto (l’isola di Sakhalin). Artisti come OKI hanno recuperato questo strumento per riprendersi il proprio nome, la propria arte e il proprio orgoglio trovando nuove forme espressive adatte ai giorni d’oggi. Persino i fumetti e i cartoni animati, come il celebre Golden Kamuy, hanno aiutato a squarciare il velo, facendo innamorare milioni di persone di una ragazza Ainu coraggiosa e delle sue tradizioni.

Vivere il Mondo degli Spiriti: I Kamuy
Per capire davvero chi sono gli Ainu, e perché nei nostri viaggi teniamo a portarvi su queste rotte particolari, dobbiamo prima spiegare i Kamuy.
Per gli Ainu, il mondo non è fatto di “cose” o “risorse”. Tutto è vivo. Tutto ha uno spirito. Il fuoco che scalda la casa non è una reazione chimica, ma è Kamuy Fuchi, la nonna del focolare, una dea che protegge la famiglia. Il gufo che vigila nella notte è il protettore del villaggio. L’orso non è una preda, ma un dio della montagna che ha indossato una pelliccia per venire a visitare gli umani e donare loro la sua carne in cambio di rispetto e preghiere.
C’è un proverbio Ainu che racchiude questa visione con una semplicità disarmante: “Kanto orowa yaku saku no arankep shinep ka isam”. Significa: “Nessuna cosa in questo mondo esiste senza un ruolo”.
In un’epoca in cui spesso ci sentiamo scollegati dalla natura e dagli altri, questa filosofia è una cura per l’anima. Ci insegna che non siamo padroni della terra, ma ospiti in un mondo sacro, dove ogni incontro merita gratitudine.
I Tessuti: Attus e Chikarkarpe
Gli abiti tradizionali Ainu, esposti nei musei di tutto il mondo, catturano immediatamente lo sguardo per la loro audace ed elegante bellezza geometrica. Questi abiti erano realizzati principalmente con due tecniche. L’ attus era un tessuto robusto e durevole, filato e tessuto dalla corteccia interna dell’olmo (attush). Il chikarkarpe (che significa “le nostre cose ricamate”) era invece un abito, spesso di cotone ottenuto tramite il commercio con i Wajin, su cui venivano applicati intricati ricami.

L’estetica di questi abiti è una diretta espressione della visione del mondo kamuy. I motivi curvilinei e geometrici non erano semplici ornamenti, ma potenti talismani di protezione. Motivi specifici, come ay-us-sirki (“spine”) e sik-sirki (“occhi”), venivano cuciti con cura e intenzionalità attorno alle aperture dell’abito (collo, polsi, orlo). Si credeva che questi disegni appuntiti e “vigili” impedissero agli spiriti malevoli (wen kamuy) di entrare nel corpo e di portare sfortuna o malattia. Indossare un abito Ainu significava avvolgersi in un’armatura spirituale.
L’Incisione: Iku-pasuy e l’Universo Personale
Allo stesso modo, l’intaglio del legno, un dominio prevalentemente maschile, era intriso di significato spirituale. L’oggetto più emblematico è l’iku-pasuy (o ikupasuy), un “bastone della preghiera” piatto e finemente intagliato. Questo strumento rituale era essenziale per la comunicazione con i kamuy. Veniva usato per sollevare la coppa di sake durante le cerimonie e per offrire libagioni agli dèi.
Come indicato dallo studioso Fosco Maraini, l’iku-pasuy è un “piccolo universo” personale. Le incisioni su di esso non erano casuali, ma rappresentavano la visione del mondo, la genealogia e l’identità unica del suo proprietario. Diventava un’estensione dell’intagliatore, un manifesto della sua personalità e del suo rapporto con il divino.
Gli Artisti della Memoria: Oltre il “Folklorico”
Oggi, queste tradizioni sono portate avanti non come semplici “artigianati”, ma come forme d’arte contemporanea. Artisti moderni stanno usando questo linguaggio visivo per esplorare la loro identità nel XXI secolo.
Kohei Fujito, un artista di terza generazione di Akanko Ainu Kotan, continua la tradizione familiare dell’intaglio del legno, ma la eleva a una forma d’arte contemporanea che dialoga con un pubblico globale. Mayunkiki, un’artista poliedrica, utilizza il ricamo, la musica (mukkuri) e persino il suo stesso corpo (rivendicando l’antica pratica del tatuaggio femminile, un tempo proibita) per indagare cosa significhi essere una donna Ainu in un contesto urbano moderno.
Per questi artisti, l’atto di intagliare, ricamare o cantare non è un atto di nostalgia, ma un atto politico e una rivendicazione di esistenza. In un contesto in cui la loro identità è stata sistematicamente negata e cancellata, creare arte Ainu oggi è un’affermazione potente. Come recita il titolo di un’opera di Mayunkiki, Nen ne yakka uneno an (“Siamo tutti uguali”). È la prova tangibile che, come afferma un curatore, “In essi dimora il ‘presente degli Ainu'”.
In Viaggio con Noi: alla scoperta dell’Hokkaido
Di seguito illustriamo alcune delle mete nascoste che trattiamo nell’Hokkaido in Giappone e successivamente degli spunti culturali specifici legati alla cultura Ainu.
Gli itinerari possono integrare una forte componente naturalistica e termale, toccando le principali località dal sud fino all’estremità nord-orientale (Shiretoko) dell’isola.
È possibile seguire un percorso che parte da Sud (Hakodate), risale verso Sapporo, si addentra nelle montagne centrali (Daisetsuzan) e si sposta infine verso la selvaggia penisola di Shiretoko e la zona dei laghi vulcanici dell’est, offrendo un mix completo di città , vulcani, onsen e cultura Ainu.
Oltre ai tour organizzati, l’Hokkaido si presta molto per un viaggio Fly & Drive che progettiamo su misura assieme ai nostri clienti sulla base dei reali interessi.
HOKKAIDO
1. Area Sud (Hakodate e dintorni)
- Hakodate: Città portuale storica, prima tappa in Hokkaido (raggiungibile in volo da Tokyo).
- Parco di Onuma
2. Area Vulcanica Centrale (Shikotsu-Toya e Noboribetsu)
- Lago Toya: Con possibile crociera per ammirare i vulcani.
- Noboribetsu: Celebre località termale dove si visita la “Valle dell’Inferno” (Jigokudani).
- Lago Shikotsu
- Passo Orofure
- Museo della cultura Ainu: Tappa culturale dedicata al popolo nativo.
3. Sapporo e Centro-Nord
- Sapporo: Capoluogo dell’Hokkaido e sede della famosa birra giapponese, suggeriamo sempre una breve visita della città .
- Parco Nazionale Daisetsuzan: La più grande area selvaggia del Giappone.
- Monte Asahidake: Con salita in funivia e trekking sul vulcano più alto dell’isola.
- Sounkyo: Località termale incastonata nelle gole, ottimo punto di pernottamento.
4. Area Est (Okhotsk e Parchi dei Laghi)
- Abashiri: Città sulla costa del mare di Okhotsk, famosa per il carcere e il ghiaccio alla deriva.
- Parco Nazionale di Shiretoko: Penisola patrimonio UNESCO, nota per la natura incontaminata e la presenza di orsi bruni.
- Kawayu Onsen: Località termale nota per le acque acide e la vicinanza al Monte Iou.
5. I Tre Laghi dell’Est (Akan-Mashu)
- Lago Mashu: Celebre per le sue acque cristalline e la nebbia.
- Lago Kussharo: Il più grande lago calderico del Giappone.
- Lago Akan (Akankohan): Possibile crociera sul lago, famoso per le alghe Marimo e possibile visita al villaggio Ainu.
- Kushiro: Città portuale, utile al rientro a Tokyo.
AINU
Come organizzatori di viaggi, non vogliamo portarvi semplicemente a “vedere” l’Hokkaido. Vogliamo portarvi ad ascoltarlo. Ecco alcune esperienze che abbiamo selezionato per entrare in contatto con il popolo nativo del Giappone, gli Ainu:
1. Imparare l’alfabeto a Upopoy
A Shiraoi sorge Upopoy, il Museo Nazionale Ainu. Non immaginatevi un museo polveroso e silenzioso. “Upopoy” significa “cantare in coro”. È un luogo vivo, dove la prima cosa da fare è sedersi e ascoltare i canti tradizionali, o provare a suonare il mukkuri, una piccola arpa a bocca di bambù che imita i suoni della natura, dal vento tra le canne al pianto della pioggia. È il punto di partenza necessario per capire la grammatica di questo mondo.
2. Assistere alle danze tradizionali
Presso la Cultural Exchange Hall, è possibile assistere alle tradizionali danze Sinot, patrimonio UNESCO.
3. Camminare con i Custodi della Foresta ad Akan
Il vero cuore dell’esperienza è al Lago Akan. Qui esiste una comunità viva, l’Akanko Ainu Kotan. Con i programmi “Anytime, Ainutime”, non sarete accompagnati da guide turistiche, ma da membri della comunità .
Immaginate di camminare in una foresta secolare non per fare trekking, ma per imparare a vedere. La vostra guida vi mostrerà che quel particolare albero non è solo legno, ma è la materia prima per le vesti sacre. Che quella pianta è medicina. Vi insegneranno a chiedere permesso alla foresta prima di entrare. È un cambio di prospettiva radicale.
4. Il Sapore della Memoria
Sedere a tavola qui è un rito. In ristoranti intimi come il Poronno, assaggerete la cucina Ainu, che è delicata e profondamente legata al territorio. Inoltre è possibile organizzare delle classi di cucina locale tradizionale.
- Ohaw: Una zuppa calda e ristoratrice di salmone o cervo e verdure selvatiche.
- Ratashkep: Un piatto di verdure selvatiche, radici e fagioli stufati.
5. La Magia della Notte
Quando cala il sole sul lago Akan, la narrazione continua. Potrete assistere al Lost Kamuy, uno spettacolo che unisce danza antica e arte digitale moderna per raccontare la storia del lupo di Hokkaido, ormai estinto. Oppure, potrete partecipare al Kamuy Lumina, una passeggiata notturna nel bosco illuminato da proiezioni magiche, dove la leggenda prende vita tra gli alberi.
Queste sono solo alcune delle tradizioni che gli Ainu hanno tramandato per sopravvivere con ingegno in una terra gelida ma resa ospitale dalla danza con la natura.
Viaggiare in queste terre significa restituire dignità a una storia che voleva essere cancellata.
Noi di Lechuguita siamo pronti ad accompagnarvi sulla soglia di questo mondo. Il resto della storia, quello più intimo e personale, lo scriverete voi, passo dopo passo, nel silenzio sacro delle foreste del Nord.
Un abbraccio da Antonella e Ludovico di Lechuguita


