Come prepararsi al Cammino di Santiago
Esiste una verità non scritta che giace sotto il sole della Galizia: la santità non profuma di incenso, ma di sudore, suole consumate e amicizia. Anno dopo anno, i numeri dei pellegrini che raggiungono Santiago continuano a polverizzare ogni record. Per molti è diventata la vacanza alternativa per eccellenza, un’esperienza di tendenza che promette stacco e rigenerazione. Ma la verità dell’esperienza dipende interamente dallo spirito con cui si decide di mettere un piede davanti all’altro.
Noi ci siamo conosciuti proprio lì, nel 2023: uno arrivava dal Portoghese, l’altro dall’Inglese. Eravamo due sopravvissuti che avevano imparato a proprie spese che il Cammino non è un trekking, ma un esercizio di gratitudine: un’ascesi del quotidiano dove impari a lasciarti sorprendere dall’ignoto, passo dopo passo, senza mai davvero sapere cosa ti aspetta al chilometro successivo.
Ieri, davanti allo schermo per Buen Camino di Checco Zalone, abbiamo ritrovato quella stessa onestà brutale. Luca Medici non ha cercato la poesia del paesaggio, ma ha scelto di inquadrare i disagi e quella emotività ruvida che solo chi ha camminato può riconoscere come autentica, facendoci in parte rivivere l’intensità di quei giorni.


La dignità che ti saluta e la verità del corpo
Zalone vince perché mette al centro la sofferenza “umana”. Quella che ti fa dimenticare la spiritualità astratta per concentrarsi sull’unico vero obiettivo della giornata: trovare un tubetto di Radio Salil — l’iconica crema antidolorifica mentolata che satura l’aria di ogni ostello — o un ago per bucare quella vescica che ha ormai preso le sembianze di una provincia autonoma sul tuo tallone.


C’è un momento preciso in ogni Cammino – che sia tra le nebbie dell’Inglese o le onde del Portoghese – in cui la tua dignità ti saluta. È quel momento in cui ti rendi conto che Zalone ride di noi, ma la verità è che dopo 20 km con 10 kg sulle spalle, diventiamo tutti personaggi di un suo film. In quel fango perdi i filtri, perdi la pazienza e finalmente diventi onesto. Ti ritrovi a parlare con la statua di San Giacomo non per chiedere l’illuminazione, ma per implorarlo di far smettere di russare il tuo vicino di letto che sembra un trattore Landini nell’ostello comunale.


Dalla solitudine alla Communitas: la famiglia itinerante
Sociologicamente, il Cammino ci spinge in quello che gli antropologi chiamano stato di “liminalità”: un limbo dove la provenienza, le barriere di classe, i titoli di studio e i ruoli sociali svaniscono. Ci si spoglia del superfluo e si rimane nudi con il proprio zaino e le proprie domande. Spesso si parte da soli, convinti di affrontare un viaggio introspettivo, ma il miracolo è che si finisce per diventare una famiglia itinerante.


In nessun altro luogo l’incontro con l’altro è così puro. La motivazione a continuare, quando ogni fibra dei muscoli urla di fermarsi e lo sconforto prende il sopravvento, non arriva da un mantra motivazionale, ma dallo sguardo di chi sta camminando accanto a te.
Passano ore scandite solo da quel “Buen Camino!” o quell’ “Ánimo!” gridato da uno sconosciuto che incrocia il tuo passo: parole che smettono di essere semplici saluti per diventare una boccata d’ossigeno.
È quella “fratellanza biologica” che nasce dalla fatica comune: ti ritrovi a condividere i pensieri più profondi con uno sconosciuto mentre dividete una panca di legno o un pezzo di pane. L’altro diventa la tua forza e tu diventi la sua. È un’umanità sporca e stanca, ma incredibilmente vera.


La festa e la tavola: l’allegria della sopravvivenza
Ma il Cammino non è solo introspezione e dolore; è anche un’esplosione di allegria spensierata che il film di Zalone cattura nei suoi momenti più conviviali.
C’è una leggerezza unica che si respira attraversando i piccoli centri della Spagna, dove la festa di paese ti accoglie con il frastuono delle bande e il profumo di pulpo alla gallega. È quel surrealismo tutto spagnolo in cui ti ritrovi a partecipare alla festa in infradito e calzini, con le gambe pesanti e un sorriso ebete, accolto dalla gente del posto come se fossi parte della comunità da sempre.

È lo spirito di condivisione che esplode al termine della giornata, quando condividere la tavola diventa l’unico vero sacramento del pellegrino. È la liturgia del “Menu del Peregrino”: caraffe di vino che appaiono per miracolo e quella strana euforia di chi sa di aver vinto la sua battaglia quotidiana contro la gravità.
Davanti a un bicchiere di vino tinto, la stanchezza si trasforma in euforia. Ci si ritrova a ridere di situazioni assurde riscoprendo una capacità di fare festa che la vita quotidiana, con le sue scadenze e i suoi orari, ci ha rubato.
Il diario di bordo: timbri e Compostela
Lungo la strada, l’ossessione diventa la Credenziale: quel pezzo di carta che si riempie di timbri (sellos) in ogni bar, chiesa o ostello, diventando la prova tangibile che sei passato di lì, che sei ancora vivo. Ogni timbro è un ricordo, una sosta, un momento di tregua.
Tutto per arrivare a Santiago e stringere tra le mani la Compostela: quel documento scritto in latino che per molti è solo un traguardo burocratico, ma che per noi resta il certificato di una resistenza intima: il sigillo su un percorso che ha smesso di essere una linea sulla mappa per diventare un nuovo modo di abitare il mondo.


Il confine sottile tra finzione e silenzio
Certo, il cinema ha i suoi ritmi e Zalone i suoi tempi comici, che a tratti corrono più veloci della realtà. Se la “zalonizzazione” del pellegrino è liberatoria, chi ha camminato davvero avverte quel confine sottile dove la battuta prende il posto dei lunghi silenzi o di quel vuoto mentale che solo ore di sentiero solitario sanno scavarti dentro. È un cinismo che a volte sembra proteggersi dalla commozione nuda, soffocandola proprio quando il percorso ti imporrebbe di restare a guardare la Galizia senza dire una parola.


Lo zaino come bagaglio emotivo
Perché, alla fine, lo zaino non contiene solo vestiti: rappresenta il nostro bagaglio emotivo. Caricarsi quel peso sulle spalle nel 2023 è stato per noi un atto di spoliazione psicologica. Il peso fisico diventa il catalizzatore che distrugge le sovrastrutture: lo zaino ti costringe a fare i conti con quello che hai portato da casa e che, chilometro dopo chilometro, decidi finalmente di lasciare andare.


Siamo usciti dal cinema con la voglia di rimetterci in viaggio. Zalone ha sdoganato il diritto di dire che il Cammino è una faticaccia immane, che la ricerca di se stessi spesso finisce in farmacia e che il miracolo non è la purificazione dell’anima, ma la riscoperta dell’umano attraverso il sacrificio.
Abbiamo nostalgia di quella versione di noi stessi: quella che, nonostante il dolore, ha saputo riconoscersi e trovarsi in un incontro casuale alla fine di un sentiero. Ma la nostalgia, se non diventa passo, resta solo un’emozione sterile. Il Cammino non è un evento da ricordare, è uno stato mentale da abitare.
Per questo, con Lechuguita, abbiamo deciso di non limitarci a raccontare la strada, ma di costruirla insieme a voi. Se sentite il richiamo di quella polvere, se siete pronti a perdere la dignità in un ostello per ritrovare la vostra umanità in un abbraccio, noi siamo qui per organizzare il vostro viaggio. Perché la prossima storia onesta sul Santiago potrebbe essere la vostra. Buen Camino!
