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Film L'ultimo Imperatore

Dal Figlio del Cielo alla Città Proibita: aneddoti e segreti nella Pechino dell’Ultimo Imperatore 

Il Destino Servito in un Ristorante di Soho

La storia del cinema, e forse anche quella del turismo moderno in Cina, è cambiata per sempre durante un pranzo a Londra, tra i tavoli del Lee Ho Fook, un ristorante cinese nel cuore di Soho. Era la metà degli anni ’80. Jeremy Thomas, produttore britannico con il fiuto per le imprese impossibili, stava scorrendo il menu quando il suo commensale, un certo Bernardo Bertolucci, lo guardò con quell’aria sorniona che mescolava la profondità intellettuale emiliana con una visione cosmopolita navigata.

“È strano che tu abbia scelto un ristorante cinese,” disse Bertolucci, mentre il cameriere posava i piatti di dim sum. “Devi aver avuto una premonizione, perché voglio fare un film in Cina. Principalmente nella Città Proibita”.

Quella frase, pronunciata con la leggerezza di chi ordina un caffè, segnò l’inizio di una delle più grandi avventure culturali del XX secolo. L’Ultimo Imperatore non è stato solo un film da nove premi Oscar; è stato il grimaldello che ha scardinato l’immaginario occidentale sulla Cina, trasformando un paese percepito come un monolite rosso e impenetrabile in un luogo di straziante bellezza.

Per noi viaggiatori contemporanei, seguire le tracce di Puyi – il bambino che fu Dio, poi burattino, e infine giardiniere – significa intraprendere un pellegrinaggio che va ben oltre la geografia. È un viaggio al tempo stesso “ritmato e profondo”, come diremmo noi, che ci porta dalle maestose sale di Pechino alle nevi cariche di storia della Manciuria, svelando aneddoti impensabili e luoghi segreti ben nascosti nei fitti vicoli degli Hutong pechinesi.

Preparatevi. Non sarà un viaggio breve. Attraverseremo decenni di storia e chilometri di pellicola, cercando assieme di capire cosa significhi davvero varcare la soglia della Città Proibita.

Dentro la Città Proibita: dal set alla realtà

Pechino Skyline da Città Proibita (compressed)

Quando si mette piede nella Città Proibita (Zijincheng), oltre alla prima sensazione di meraviglia, si ha una percezione di soffocamento. Lo spazio è concepito per intimidire e sovrastare qualsiasi individuo. Costruita tra il 1406 e il 1420 dall’imperatore Yongle della dinastia Ming, la Città Proibita era rimasta ermeticamente chiusa a qualsiasi produzione cinematografica occidentale di fiction fino al 1986. Questo complesso di 720.000 metri quadrati fu progettato secondo le regole del Feng Shui e per Bertolucci, ottenere il permesso di girare qui fu un miracolo diplomatico. Prima di lui, nessun regista occidentale aveva mai posato un treppiede in questi cortili sacri.

L’autorizzazione concessa a Bertolucci e al produttore Jeremy Thomas non fu un semplice permesso burocratico, ma un atto politico di apertura nell’era post-Mao, facilitato enormemente dalla figura di Ying Ruocheng. Quest’ultimo, oltre ad essere un attore di talento che nel film interpreta il governatore del carcere di rieducazione, era nella vita reale nientemeno che il Vice Ministro della Cultura della Repubblica Popolare Cinese.

E così questa convergenza di ruoli permise alla produzione di ottenere l’uso esclusivo della Città Proibita operando con una libertà che oggi sarebbe impensabile. Per sedici settimane, il cuore pulsante di Pechino divenne il dominio esclusivo della troupe italo-britannica-cinese. La scala dell’operazione fu titanica: 19.000 comparse furono reclutate, vestite e parruccate per ricreare le cerimonie di incoronazione e la vita di corte.

Bernardo Bertolucci in Cina
Bernardo Bertolucci – Credit: https://bernardobertolucci.org/film/videocartolina-dalla-cina/

Il complesso conta, secondo la leggenda, 9.999 stanze e mezza. Perché quella “mezza”? Perché solo l’Imperatore di Giada, il sovrano dei cieli, poteva possedere 10.000 stanze. L’Imperatore terrestre, il “Figlio del Cielo”, doveva umilmente fermarsi un passo prima della perfezione divina. Camminando oggi lungo l’asse centrale, dal Meridiano fino alla Porta della Divina Potenza, si percepisce questa tensione tra l’aspirazione al divino e la realtà umana. Infatti, la struttura rappresenta un diagramma cosmologico in mattoni e legno, un tentativo architettonico di ancorare il Cielo alla Terra, progettato per essere il centro gravitazionale non solo della Cina, ma dell’intero universo conosciuto.

L’impresa titanica

Per la scena in cui il piccolo Puyi corre verso il drappo giallo fluttuante e si trova di fronte a una marea di dignitari che si inchinano (kowtow), Bertolucci non usò effetti digitali. Non esistevano. Usò persone.

Furono reclutate 19.000 comparse. Diciannovemila. La maggior parte erano soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione, prestati dal governo cinese in un momento di apertura senza precedenti.

La logistica fu un incubo e un capolavoro. Immaginate di dover vestire, truccare e gestire un esercito ogni mattina. Giancarlo De Leonardis, l’hair stylist italiano, si trovò di fronte a una sfida epica: ricreare le acconciature manciù (fronte rasata e lunga treccia posteriore) per migliaia di persone.

L’aneddoto che circola tra i cinefili è che De Leonardis dovette importare quasi una tonnellata di capelli umani veri per realizzare le parrucche e le trecce.

Sul set, la sicurezza era paranoica. Ogni comparsa, ogni tecnico doveva avere un pass. Un giorno, il grande Peter O’Toole, che interpretava Reginald Johnston (esistito realmente – il suo libro Twilight in the Forbidden City del 1934 è la fonte primaria per la vita intima della corte in quegli anni), dimenticò il suo pass in hotel.

Peter O'Toole
Peter O’Toole – credit: https://georgesjournal.org/wp-content/uploads/2013/12/peter_otoole.jpg

Si presentò alla Porta Meridiana, forse aspettandosi di essere riconosciuto. Ma per le giovani guardie cinesi, lui non era Lawrence d’Arabia; era solo un occidentale alto e dinoccolato (“un diavolo straniero”) che cercava di entrare senza permesso. Gli fu negato l’ingresso. O’Toole, con il suo tipico flemma britannico (o forse con una furia repressa), dovette aspettare sul marciapiede finché un assistente di produzione non corse a recuperarlo.

L’Incidente Reale: Elisabetta II sul Set

Uno degli aneddoti più “succosi” di questa grande opera cinematografica riguarda la visita di stato della Regina Elisabetta II in Cina nell’ottobre del 1986. La visita della monarca britannica, storica sotto ogni punto di vista, prevedeva ovviamente un tour della Città Proibita. Tuttavia, la produzione di Bertolucci aveva il controllo totale degli spazi chiave, in particolare della Sala della Suprema Armonia, e i permessi erano blindati. 

Credit: Anwar Hussein - Cina, 1986 La regina in visita nella Città Proibita, a Pechino_
Credit: Anwar Hussein – Cina, 1986 La regina in visita nella Città Proibita, a Pechino
https://www.vanityfair.it/gallery/viaggi-regina-elisabetta-ii-le-foto-piu-belle-avventura-vita-eccezionale

In un capovolgimento ironico delle gerarchie, la “Regina d’Inghilterra” non poté visitare il palazzo dell’Imperatore perché un “Imperatore del Cinema” (Bertolucci) ne occupava le stanze. La visita reale dovette essere riprogrammata e limitata ad altre aree, dimostrando come, incredibilmente, per quel breve periodo la finzione cinematografica avesse una sovranità superiore alla diplomazia internazionale. Un paradosso storico delizioso!

Spaghetti “Eastern”, nostalgia canaglia!

La narrazione del “dietro le quinte” offre spunti esilaranti sulle differenze culturali. La troupe italiana, guidata da Bertolucci e dal direttore della fotografia Vittorio Storaro, si trovò a lavorare in un contesto cinese ancora molto chiuso e austero. La nostalgia gastronomica divenne un tema centrale.

Nel 1986, Pechino non era la metropoli cosmopolita di oggi. Trovare un piatto di pasta decente, un espresso o dell’olio d’oliva era praticamente impossibile. La cucina cinese è straordinaria e variegata, ma per una troupe romana abituata a rigatoni e amatriciana, mesi di riso e verdure saltate iniziarono a pesare come un esilio.

Bertolucci stesso, un uomo che amava i piaceri della vita, soffriva questa mancanza. Si narra che la produzione organizzasse spedizioni aeree di pasta (alcune fonti citano Barilla, altre forniture artigianali) direttamente dall’Italia, trattate con la stessa cura e urgenza delle pellicole vergini Kodak.

Tonnellate di pasta, caffè espresso, olio d’oliva e vino furono spedite dall’Italia a Pechino. Si narra che un cuoco italiano fosse stato portato appositamente per cucinare per la troupe, creando un’enclave di “Dolce Vita” nel mezzo della capitale comunista. Questo contrasto tra i costumi di scena della Dinastia Qing e le pause pranzo a base di spaghetti al pomodoro offre un’immagine di quello che doveva essere l’ambiente della produzione del film. Mentre Puyi cercava di diventare occidentale mangiando cibo inglese e tagliandosi il codino, Bertolucci e i suoi cercavano di rimanere italiani aggrappandosi a uno spaghetto al pomodoro!

Autenticità a Ogni Costo: Mobili e Reliquie

Un altro dettaglio che oggi farebbe sorridere alcuni e forse inorridire i conservatori museali riguarda l’uso degli arredi. In alcune scene, specialmente quelle girate negli interni dei palazzi residenziali, la produzione ottenne il permesso di utilizzare mobili e tappeti originali della dinastia Qing, non copie di scena. Questo livello di autenticità materica conferisce al film una patina di veridicità unica, ma solleva questioni interessanti sulla conservazione del patrimonio e che possono essere discusse e approfondite durante una visita guidata nei viaggi che organizziamo.

Nessi tra simbologia e film

Il regista ha spesso cercato elementi di forte congruenza scenica, simbolica e spirituale affidandosi alla maestria del direttore della fotografia Vittorio Storaro: le tegole sono di un giallo che non esiste in natura, un “Giallo Imperiale” ottenuto con tecniche di cottura segrete, riservato esclusivamente alla famiglia reale. I muri sono di un rosso profondo, che Bertolucci associava al sangue e alla nascita.

L’architettura della Città Proibita è un linguaggio codificato di potere dove ogni dettaglio, dal colore alla numerologia, è studiato per ribadire la supremazia imperiale. Il visitatore si trova immerso nel Giallo Imperiale che contrasta violentemente con il rosso dei muri, evocazione di gioia e fuoco. C’è un’unica, affascinante eccezione a questa monocromia dorata: la Biblioteca Imperiale, coperta di tegole nere — il colore dell’acqua — in una sorta di incantesimo architettonico per proteggere i preziosi volumi dalle fiamme.

Anche la matematica qui si fa mistica con l’ossessione per il numero Nove, la cifra Yang suprema che si ripete nelle file di borchie delle porte e nella leggenda delle 9.999 stanze e mezza, un limite posto per restare umilmente un passo indietro rispetto alla perfezione divina. Alzando infine lo sguardo verso il cielo, si scorgono sugli spigoli dei tetti le schiere di bestie mitiche poste a guardia delle strutture; il loro numero svela la gerarchia del palazzo, culminando nella Sala della Suprema Armonia, l’unica in tutto l’impero a sfoggiarne dieci, guidate in eterno da un immortale a cavallo di una fenice.

Storaro, che ha dipinto il film con la luce, ha utilizzato questa architettura come una gabbia cromatica. Nel film, il rosso domina la prima parte (la nascita, l’ingresso nel palazzo), il giallo l’infanzia (la consapevolezza dell’identità imperiale), e il verde l’adolescenza (la conoscenza portata dal tutore scozzese e la bicicletta).

Consigliamo vivamente di provare a vivere la visita anche attraverso la teoria dei colori di Vittorio Storaro. Il film usa i colori per segnare le fasi della vita di Puyi, fateci caso:

Rosso: Il sangue, la nascita, le mura del palazzo.

Giallo: L’imperatore, l’esclusività, la prigionia dorata (solo l’imperatore poteva indossare il giallo).

Verde: La conoscenza, introdotta dal tutore Johnston e dalla bicicletta.

Grigio: La realtà della Cina maoista, la prigione, la libertà anonima finale.

L’imperatore e la bicicletta

PuYi in Carcere di riabilitazione
PuYi in Carcere di riabilitazione – dal film L’ultimo Imperatore di Bertolucci

Aisin-Gioro Puyi (1906-1967) salì al trono nel 1908, a soli due anni, scelto dall’Imperatrice Vedova Cixi sul suo letto di morte, ed effettivamente, come narrato anche nel film, ricevette in regalo una bicicletta che amò particolarmente. 

Nel 1912, la Rivoluzione Xinhai pose fine alla dinastia Qing e a millenni di dominio imperiale. Tuttavia il nuovo governo repubblicano permise a Puyi di mantenere il titolo e di continuare a vivere nella Corte Interna (la parte nord del palazzo).

Questo creò una situazione surreale: un microcosmo feudale, con eunuchi, dame di corte e rituali antichi, sopravviveva ermeticamente sigillato nel cuore di una repubblica moderna. Puyi crebbe credendo di essere ancora il padrone del mondo, pur non potendo varcare le mura del suo giardino.

Il ragazzo, crescendo, fu profondamente influenzato dal suo tutore scozzese, Reginald Johnston. Quest’ultimo (assieme a Wanrong, la prima moglie del monarca) portò una ventata di modernità: biciclette, macchine fotografiche, e persino il tennis entrarono nelle mura antiche. Ma la pressione psicologica di vivere in una recita costante, mentre fuori i signori della guerra si contendevano la Cina, iniziò a logorare i protagonisti. Furono introdotti occhiali da vista, riviste occidentali e, soprattutto, una bicicletta (in realtà si pensa il regalo fosse opera del cugino Pujia). Per un adolescente confinato, la bicicletta rappresentava la libertà di movimento, seppur limitata alle mura del palazzo.

Nell’architettura tradizionale cinese, ogni porta è dotata di una soglia rialzata in legno (menkan), alta spesso trenta o quaranta centimetri. Queste soglie avevano una duplice funzione: pratica (impedire l’ingresso di polvere e animali) e spirituale. Si credeva che gli spiriti maligni si muovessero solo in linea retta e trascinando i piedi; quindi, una soglia alta era una barriera insormontabile per i demoni. Inoltre, costringeva chi entrava a guardare in basso, in segno di rispetto.

Per un ciclista, però, erano un incubo. Puyi, con l’arroganza e la disperazione dell’adolescenza, ordinò di segarle via. Fu uno scandalo. Gli eunuchi e i dignitari di corte furono inorriditi. Segare le soglie significava invitare i demoni nel cuore dell’impero e violare l’integrità del palazzo degli antenati. Ma Puyi era l’Imperatore (o almeno credeva di esserlo ancora), e il suo ordine fu eseguito.

Più di 30 soglie furono rimosse o modificate nella Corte Interna, in particolare nel Palazzo della Purezza Celeste (Qianqinggong) e nelle Sei Residenze Occidentali, per permettere a Puyi di pedalare senza ostacoli.

Oggi, se visitate la Città Proibita con occhio attento, potete ancora vedere le “cicatrici” di questo atto di ribellione!


Ora, prima di procedere con l’articolo, proponiamo alcune chicche da salvare per una visita a Pechino

Pechino: Hidden Gems e alcune chicche

1. Nightlife d’Autore & Hutong

Dove la vecchia Pechino incontra la scena hipster e jazz.

Great Leap Brewing - Pechino
Great Leap Brewing – Pechino
Credit: https://www.intravino.com/primo-piano/la-scena-birraia-di-pechino-e-una-discreta-figata/
  • Modernista (44 Baochao Hutong)
    • Il Vibe: È come una macchina del tempo. Situato in un ex teatro/cinema sopravvissuto al “Great Brickening”, evoca la Belle Époque con pavimenti a scacchi bianchi e neri, legno scuro e luci soffuse.
    • L’Esperienza: Musica dal vivo (jazz, swing, manouche) e cocktail artigianali (consigliati l’Old Fashioned o l’Assenzio).
    • Perché andarci: Per sentirsi in un film di Woody Allen ambientato in Cina o immaginare Puyi in versione hipster negli anni ’20.
    • Nota: Cibo nella media, ma drink e atmosfera “Wonderful”. Perfetto per il dopocena.

  • Peiping Machine (Nafu Hutong)
    • Il Vibe: Un birrificio artigianale ricavato in un ex spazio industriale nascosto tra i vicoli antichi.
    • L’Esperienza: Design che fonde l’industriale grezzo con la tradizione. Qui la specialità è la birra alla pechinese.
    • Target: Pubblico giovane e attento al design.

  • Great Leap Brewing (Doujiao Hutong)
    • Il Vibe: Uno dei primi birrifici artigianali, situato all’interno di un cortile tradizionale (Siheyuan).
    • Perché andarci: Per bere ottima birra seduti all’aperto in un ambiente autentico, lontano dai neon dei quartieri commerciali.


2. Rooftop & Caffè con Vista

Per osservare il “mare di tetti grigi” e ascoltare i suoni della città.

Wudaoying-Hutong
Wudaoying-Hutong
  • Berry Beans (Zhujia Hutong, zona Qianmen)
    • La Location: Un caffè situato in una ex casa di piacere (la zona era un quartiere a luci rosse in epoca Qing).
    • L’Esperienza: Salite al secondo piano. Non è un grattacielo, ma un rooftop intimo che dà sui tetti curvi e grigi.
    • Il Must: Ordinare un “Brown Sugar Cinnamon Latte” e ascoltare i piccioni con i fischietti legati alla coda (un suono spettrale e melodioso tipico di Pechino).

  • Toast at The Orchid / Libertango (Gulou)
    • La Location: Rooftop segreti nascosti negli hutong.
    • L’Esperienza: Offrono un rifugio tranquillo con vista sulla Torre del Tamburo e sui tetti circostanti.
    • Il Momento: Ideale per un tramonto “instagrammabile” ma autentico, lontano dal caos.

  • Full Ding (Wudaoying Hutong)
    • La Location: In uno degli hutong più hipster, vicino al Tempio dei Lama.
    • L’Esperienza: Caffè con terrazza. Perfetto al tramonto per vedere il contrasto tra i tetti grigi delle case e le tegole dorate del tempio.


3. Santuari del Design e della Cultura

Librerie scenografiche e distretti artistici.

Mofan Bookstore
Mofan Bookstore
  • Page One (Beijing Fun, zona Qianmen)
    • Il Vibe: Libreria capolavoro di design, interni bianchi, specchi e soffitti altissimi. Aperta fino a tardi.
    • La Chicca: Le enormi vetrate panoramiche al secondo e terzo piano incorniciano la Zhengyangmen (Porta del Sole).
    • L’Emozione: Di notte, la porta illuminata sembra galleggiare nel buio. Un contrasto potente tra il silenzio dei libri e la storia monumentale fuori.

  • Mofan Bookstore
    • Il Vibe: Librerie ricavate in edifici storici (ex chiesa anglicana o edifici repubblicani).
    • L’Esperienza: Atmosfera sacrale, libri rilegati a mano. Un luogo di silenzio e bellezza estetica per bibliofili.

  • 798 Art District 
    • Il Consiglio: Non limitarsi alle vie principali. Cercare le gallerie piccole e sperimentali e i caffè nascosti nei vicoli delle ex fabbriche Bauhaus.
    • Il Dettaglio: Osservare dove la propaganda comunista anni ’50 (slogan sui muri) incontra l’arte contemporanea sovversiva.


4. I “Fantasmi” della Città Proibita e Imperiale

Dettagli nascosti per evitare il turismo di massa.

  • Palazzo dell’Eleganza Raccolta (Chuxiugong – Città Proibita)
    • Cosa cercare: La residenza di Wanrong. Guardando attraverso i vetri polverosi si possono scorgere una vasca da bagno in ghisa e specchi europei, simboli del suo tentativo di occidentalizzazione.

  • Loggia del Benessere Spirituale (Yangxingdian – Città Proibita)
    • Cosa cercare: Il luogo intimo e piccolo dove Puyi abdicò. Qui la storia è cambiata in silenzio.
    • Tip: Visitare d’inverno per il contrasto tra neve bianca, muri rossi e tetti gialli.

  • Muro dell’Eco (Tempio del Cielo)
    • Il Segreto: Andare all’alba (06:30-07:00) per evitare la folla.
    • L’Esperienza: Sussurrare al muro per far sì che l’amico senta chiaramente a 50 metri di distanza (fisica delle onde sonore che sembra magia).


5. Bonus Track: Changchun (Manciuria)

Changchun è fuori dai circuiti di massa, ma per noi è essenziale.

  1. Zhe You Shan (This Mountain): Dopo la pesantezza del Palazzo del Fantoccio, andate in questo mall incredibile. Hanno costruito una “montagna” artificiale dentro il centro commerciale, con sentieri, grotte e statue. È il kitsch cinese al suo meglio, ma offre ottimo cibo e un’atmosfera vivace che contrasta con la storia cupa della città.

  1. Tram 54: Prendete il tram storico della linea 54. I vagoni verdi, il legno interno, il rumore delle rotaie nella neve… è un viaggio nel tempo al 1940. Perfetto per foto malinconiche in stile cinematografico.

Volendo, la lettura potrebbe fermarsi qui, ma per chi ha occhio attento suggeriamo di proseguire, specialmente se hai intenzione di visitare la Cina 😉


APPROFONDIMENTI PER I CURIOSI:
Dai personaggi esistiti realmente alla storia della Città Proibita

La realtà della vita nella Città Proibita degli anni ’10 e ’20 era ben lontana dallo splendore mostrato nelle guide turistiche. 

Gli eunuchi, un tempo servitori efficienti, erano diventati un potere corrotto e incontrollabile. Derubavano sistematicamente il tesoro imperiale, vendendo antichità inestimabili ai negozi di antiquariato di Pechino. Nel film L’Ultimo Imperatore, vediamo l’incendio dei magazzini: questo è un fatto storico. Nel 1923, Puyi ordinò un inventario del Palazzo della Felicità Costruita (Jianfugong), dove erano conservati i tesori di Qianlong. Quella notte, un incendio misterioso distrusse tutto. Fu quasi certamente appiccato dagli eunuchi per coprire l’entità dei loro furti. Questo evento spinse Puyi, incoraggiato da Johnston, a espellere la maggior parte degli eunuchi dal palazzo, un atto di rottura senza precedenti.

La vita di Puyi era segnata da una solitudine assoluta. “Non avevo compagni di gioco,” scrisse, “solo servitori che si inchinavano”. La sua crudeltà infantile (faceva frustare gli eunuchi per divertimento) era il sintomo di un’educazione priva di empatia e confini, dove ogni capriccio era legge.

Personaggi tra Realtà e Finzione

Il film di Bertolucci è un’opera d’arte, ma scaviamo nelle biografie reali per capire chi erano veramente queste persone.

Aisin-Gioro Puyi: 

Una fotografia dell’ultimo imperatore della Cina Pu Yi nel 1956_
Una fotografia di Pu Yi ormai giardiniere nel 1956.
(Credit: Autore ignoto. Chiunque ne detenga i diritti può contattarci per l’attribuzione o la rimozione.)

John Lone offre un ritratto malinconico e a tratti eroico di Puyi. La realtà era più patetica e ambigua. Puyi non fu solo una vittima; fu anche un collaborazionista volenteroso. La sua ossessione per la restaurazione della dinastia Qing lo rese cieco di fronte alla manipolazione giapponese.

Sessualità: Gli storici dibattono ancora sulla sessualità di Puyi. È ampiamente accettato che fosse sterile o impotente, e molti suggeriscono tendenze omosessuali (ebbe relazioni intense con giovani eunuchi e paggi). Il matrimonio con Wanrong non fu mai consumato, il che contribuì alla disperazione di lei.

Crudeltà: Il film omette i dettagli più sgradevoli della sua giovinezza, come la tendenza al sadismo verso i servitori. Tuttavia, la sua trasformazione finale in un cittadino comune, giardiniere e archivista, è vera e documentata. Morì di cancro ai reni nel 1967, durante la Rivoluzione Culturale, un uomo che aveva visto il mondo capovolgersi più volte.

Sir Reginald Johnston: Il Mandarino Scozzese

Reginald Fleming Johnston (1874-1938) non era solo un tutore. Era un amministratore coloniale britannico esperto (aveva governato Weihaiwei) e un sinologo profondo, innamorato della cultura tradizionale cinese, buddista praticante e ferocemente anti-missionario.

Residenza nella Città Proibita: Johnston fu il primo straniero a vivere nella corte interna. Aveva quartieri assegnati vicino alla porta nord, un privilegio inaudito. Le fonti confermano l’esistenza della “Reginald Johnston’s House” all’interno del complesso, un piccolo cortile dove riceveva visitatori e scriveva. Aveva anche una residenza al Nuovo Palazzo d’Estate.

Influenza Reale: La scena in cui dà a Puyi la bicicletta e gli occhiali è storicamente esatta. La bicicletta (Puyi ne possedeva diverse) cambiò la percezione fisica dello spazio per l’imperatore, che fece segare le soglie di legno rialzate di molte porte per poter pedalare liberamente. Gli occhiali furono una battaglia politica: la corte riteneva che l’Imperatore, essendo perfetto, non potesse avere difetti alla vista. Johnston minacciò le dimissioni e vinse.

Il Libro: Il suo libro Twilight in the Forbidden City (1934) è la fonte primaria per la vita intima della corte in quegli anni, sebbene sia parziale e permeato dalla sua visione monarchica e romantica.

Wanrong: La Tragedia dell’Imperatrice dell’Oppio

Gobulo Wanrong (1906-1946) è forse la figura più tragica. Educata a Tianjin in scuole americane, parlava inglese, suonava il piano e amava il jazz. Sognava di essere una donna moderna, ma finì intrappolata in un matrimonio medievale.

La Discesa: Nel film, la vediamo scivolare elegantemente nell’oppio. Nella realtà, la sua dipendenza fu devastante e grottesca. A Changchun, nel Manchukuo, viveva reclusa, consumando fino a 200 mg di oppio al giorno. Divenne scheletrica, smise di lavarsi, perse la vista a causa della malnutrizione e viveva in uno stato di delirio costante alternato a furia maniacale contro il padre, che l’aveva “venduta” per ambizione.

L’Adulterio: Sì, ebbe relazioni extraconiugali, probabilmente con due autisti/guardie del corpo di Puyi (Li Tiyu e Qi Jizhong). Rimase incinta. Quando la bambina nacque nel 1935, i medici la uccisero immediatamente su ordine di Puyi (alcuni dicono tramite iniezione letale, altri che fu gettata in una caldaia). A Wanrong fu detto che la bambina era stata affidata a una balia. La scoperta della verità contribuì al suo crollo psicologico definitivo.

La Fine: Quando i Sovietici invasero il Manchukuo nel 1945, Puyi fuggì in aereo (catturato poi dai russi), abbandonando Wanrong e la corte. Wanrong fu catturata dai comunisti cinesi. Trascinata come un trofeo di guerra attraverso la Manciuria in pieno inverno, morì sola nella prigione di Yanji nel giugno 1946. Secondo le memorie di Saga Hiro (moglie del fratello di Puyi), fu trovata in una pozza dei suoi stessi escrementi, delirante. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune non segnata. Non c’è tomba per l’ultima Imperatrice della Cina.

Wenxiu: Il Divorzio

Wenxiu (1909-1953) è l’eroina non celebrata. Nel 1931, compì l’atto più moderno di tutti: il “Divorzio della Concubina”. Fuggì dalla residenza di Tianjin con l’aiuto della sorella, andò in un hotel e fece causa all’Imperatore. Le motivazioni legali includevano il fatto che il matrimonio non era mai stato consumato (“nove anni senza intimità”) e i maltrattamenti psicologici.

Il caso divenne uno scandalo nazionale. Puyi, umiliato, concesse il divorzio ma le tolse i titoli. Wenxiu visse poi come insegnante, sposò un maggiore nazionalista e finì i suoi giorni lavorando come correttrice di bozze e operaia, morendo povera ma libera nel 1953. Il suo coraggio ruppe il tabù millenario dell’infallibilità imperiale.

Amakasu Masahiko: L’Uomo Nero e il Cinema

Ryuichi Sakamoto (Tokyo, 17 gennaio 1952 – Tokyo, 28 marzo 2023 – celebre e premiato compositore, musicista e attore giapponese, pioniere della musica elettronica e autore di colonne sonore iconiche) interpreta Amakasu come una spia elegante e nichilista. Il vero Amakasu Masahiko (1891-1945) era ancora più complesso.

Ryuichi Sakamoto at Golden Globes
Ryuichi Sakamoto at Golden Globes
Credit: https://goldenglobes.com/person/ryuichi-sakamoto/

L’Assassino: Divenne famoso nel 1923 per “l’Incidente Amakasu”, in cui strangolò l’anarchico Sakae Ōsugi, sua moglie Noe Itō e il loro nipotino di 6 anni nel caos del terremoto di Tokyo. Condannato, scontò pochi anni e fu rilasciato, divenendo un eroe per l’estrema destra.

Il Boss del Cinema: In Manchukuo, Amakasu divenne il capo della Manchukuo Film Association (Man’ei). Oltre ad essere un poliziotto era un magnate dei media. Cercò di usare il cinema per propagandare l’ideologia della “Concordia dei Cinque Popoli”. Fu lui il mentore della famosa attrice/cantante Yoshiko Yamaguchi (Li Xianglan), giapponese nata in Cina che si passava per cinese.

Il Film “China Nights”: Amakasu produsse film controversi come Shina no Yoru (1940), dove una donna cinese si innamora di un ufficiale giapponese che la schiaffeggia. Per Amakasu e il pubblico giapponese, lo schiaffo era un segno di “amore correttivo”; per i cinesi, era l’umiliazione suprema della loro nazione.

La Morte: Non si sparò teatralmente come nel film. Il 20 agosto 1945, con i carri armati sovietici alle porte di Changchun, prese una pillola di cianuro di potassio e morì nel suo ufficio alla Man’ei.

La storia della Città Proibita e il grande sogno dell’Imperatore Yongle

Ingresso Città Proibita Pechino

Paradossalmente, l’epopea della Città Proibita non ha inizio a Pechino, ma a Nanchino, tra gli intrighi di una brutale guerra civile che portò al trono l’usurpatore Zhu Di, divenuto poi l’Imperatore Yongle. Fu lui a disegnare una delle mosse geopolitiche più audaci della storia: traslocare il cuore dell’impero a Nord, nell’antica Beiping.

Una decisione dettata da un mix letale di paranoia e visione strategica: spostando la corte, Yongle adottò la politica dell'”Imperatore a guardia della porta”, piazzandosi sulla frontiera per scrutare negli occhi i Mongoli e garantire una reazione militare immediata. Allo stesso tempo, la mossa gli permise di fuggire dai nobili ostili del sud per rifondare il suo potere in una roccaforte leale, distanziandosi dall’ombra del padre.

A guidarlo c’era infine la geografia sacra: l’autorità doveva sedere a Nord e guardare a Sud, dominando tutto ciò che sta “sotto il cielo” (Tianxia). Fu l’incipit di un’impresa titanica che, dal 1406 al 1420, avrebbe cambiato per sempre il volto della Cina.

Una logistica impossibile

L’impero fu prosciugato di risorse per realizzare la visione di Yongle.

Il Legno di Nanmu: Le colonne portanti delle grandi sale richiedevano tronchi interi di Nanmu (Phoebe zhennan), un legno prezioso, denso e aromatico che cresceva solo nelle giungle inaccessibili del sud-ovest (Sichuan e Yunnan). Squadre di tagliatori furono inviate in missioni che duravano anni; molti morivano di malattie o incidenti. I tronchi venivano fatti galleggiare lungo i fiumi fino al Grande Canale e poi trainati a nord. Si diceva che “mille entravano nella giunta, cinquecento tornavano”.

I Mattoni d’Oro (Jinzhuan): Il pavimento delle sale principali non era fatto d’oro, ma di mattoni d’argilla di Suzhou di una qualità tale da valere quanto l’oro. Il processo di produzione richiedeva quasi due anni: l’argilla veniva filtrata, impastata, lasciata riposare, e poi cotta per 130 giorni consecutivi con legni diversi per variare la temperatura. Una volta finiti e lucidati con olio di tung, questi mattoni neri risuonavano con un timbro metallico se colpiti e si diceva mantenessero il fresco d’estate e il caldo d’inverno.

Il Trasporto delle Pietre: Enormi blocchi di marmo, alcuni pesanti oltre 200 tonnellate, dovevano essere trasportati dalle cave di Fangshan, a 70 km di distanza. Le ruote dei carri si sarebbero spezzate sotto tale peso. La soluzione fu ingegnosa: si aspettava l’inverno, si scavavano pozzi lungo la strada per attingere acqua che veniva versata sul percorso per creare una pista di ghiaccio. Gli operai trainavano poi i monoliti scivolando sul ghiaccio.

Feng Shui e geometria sacra

La Città Proibita non fu disegnata solo da architetti, ma da geomanti. Il Feng Shui (Vento e Acqua) dettò ogni angolo, ogni altezza e ogni colore.

L’Asse Celeste

Il cuore del progetto è l’Asse Centrale Nord-Sud. Questa linea invisibile attraversa Pechino, collegando le porte della città, i palazzi imperiali e le torri del Tamburo e della Campana. È l’asse lungo il quale fluisce il potere imperiale. L’Imperatore, seduto sul Trono del Drago nella Sala della Suprema Armonia, era perfettamente allineato con la Stella Polare, il centro immobile del cielo attorno al quale ruotano tutte le altre stelle. Il palazzo è quindi la proiezione terrestre della “Città Purpurea” (la costellazione circumpolare dove risiede l’Imperatore Celeste).

La Montagna e l’Acqua Artificiali

Un principio fondamentale del Feng Shui richiede che un sito propizio abbia una montagna alle spalle (a nord) per proteggersi dai venti gelidi e dagli spiriti maligni (che viaggiano in linea retta dal nord), e acqua che scorre di fronte (a sud) per trattenere il Qi.

Pechino è una pianura alluvionale piatta. Non c’erano montagne a nord del sito scelto. La soluzione di Yongle fu titanica: la terra scavata per creare il fossato largo 52 metri fu accumulata a nord del palazzo per creare la Jingshan (Collina della Prospettiva), nota anche come Collina del Carbone. Questa montagna artificiale alta quasi 50 metri completava il diagramma geomantico perfetto, proteggendo la corte interna.

A sud, il “Fiume delle Acque d’Oro” fu canalizzato per scorrere davanti alle sale principali, curvando come un arco di un arciere mongolo per “rompere” le frecce di energia negativa.

Manciuria: Il Regno delle Ombre e il Link Giapponese

Changchun (Xinjing): La Capitale Dimenticata

Per completare il racconto de L’Ultimo Imperatore, il viaggio deve spostarsi a Nord, in Manciuria (oggi le province del Dongbei), e specificamente a Changchun. Qui Puyi divenne, nel 1932, l’imperatore dello stato fantoccio del Manchukuo, controllato dai giapponesi. Changchun fu ribattezzata Xinjing (“Nuova Capitale”) e trasformata in un modello di urbanistica coloniale giapponese.

Manchuria Map
Manchuria

Il Palazzo del Governo Fantoccio (Wei Huang Gong)

Se la Città Proibita è grandiosa e mistica, il Museo del Palazzo Imperiale del Manchukuo a Changchun è claustrofobico e modernista in modo inquietante. È il set della seconda parte della vita reale di Puyi (e del film).

L’Edificio Tongde: Costruito dai giapponesi per Puyi, è un palazzo imponente con tetto in tegole dorate ma con interni che mescolano stile cinese e occidentale. Puyi si rifiutò di viverci, sospettando che fosse pieno di microspie installate dai giapponesi, e preferì risiedere nell’edificio Jixi, più modesto.

L’Edificio Jixi: Visitare questo luogo permette di toccare con mano la “prigionia di lusso” di Puyi. Si possono vedere le sale dove firmava decreti senza leggerli, la stanza dove la moglie Wanrong sprofondò nella dipendenza dall’oppio, e il bunker antiaereo sotterraneo. È un luogo di grande tensione storica, fondamentale per capire il dramma del film. Il complesso includeva un campo da tennis, un piccolo campo da golf e una piscina. Puyi cercava di vivere come un gentiluomo inglese mentre il suo popolo veniva brutalizzato.

Ryuichi Sakamoto e Amakasu: Nel film, il carceriere/manipolatore giapponese Amakasu è interpretato da Ryuichi Sakamoto, grande compositore e artista. Amakasu era una figura storica reale, a capo dell’Associazione Cinematografica del Manchukuo (Man’ei), che aveva sede proprio a Changchun. Visitare gli ex studi cinematografici di Changchun (spesso chiamati la “Hollywood dell’Est”) crea un ulteriore livello di meta-cinema: il luogo dove la propaganda giapponese veniva creata è oggi un museo del cinema.

Architettura del Potere: Gli Otto Grandi Ministeri (Ba Da Bu)

Changchun conserva un patrimonio architettonico unico in Cina: gli edifici degli “Otto Grandi Ministeri” del Manchukuo. Costruiti in uno stile eclettico che combina elementi tradizionali asiatici (grandi tetti curvi) con strutture in cemento armato e neoclassicismo occidentale, questi edifici (oggi scuole, ospedali o uffici governativi) sono testimoni silenziosi di un’utopia imperiale fallita. Una passeggiata lungo Xinmin Avenue permette di ammirare queste strutture imponenti, offrendo un contrasto visivo netto con gli hutong di Pechino o i grattacieli di Shanghai.

Il Collegamento con il Giappone

La Manciuria è il ponte naturale verso il Giappone.

Sakura (Ciliegi): I colonizzatori giapponesi piantarono migliaia di ciliegi a Changchun e Dalian per “nipponizzare” il paesaggio. Oggi, la fioritura dei ciliegi in queste città è spettacolare ma porta con sé una malinconia storica. È un’esperienza di hanami diversa, meno festosa e più riflessiva rispetto a quella di Kyoto.

Link col popolo Ainu: Gli studi antropologici suggeriscono antichi legami tra le popolazioni tunguse della Manciuria e gli Ainu. Nei viaggi che costruiamo su misura è possibile includere un’estensione del viaggio dalla Manciuria al Giappone (via Dalian o volo diretto) che permette di esplorare le radici indigene dell’Asia Orientale, seguendo il fil rouge delle “popolazioni di confine”.


Conclusione

Il film di Bertolucci si chiude con una scena di straziante dolcezza. Puyi, ormai anziano e libero, compra un biglietto per visitare la Città Proibita. Non entra dalla porta centrale riservata all’Imperatore, ma da quella laterale, come tutti.

Si avvicina al trono e trova il barattolo del grillo che aveva nascosto da bambino. Lo apre, e il grillo esce, ancora vivo.

È una metafora potente. Le dinastie cadono, gli imperi crollano, le ideologie passano (dal Feudalesimo al Comunismo), ma lo spirito – rappresentato dal grillo – sopravvive. O forse, è la memoria che sopravvive, questo non lo sappiamo.

Visitare la Cina oggi seguendo questo itinerario significa accettare che la Storia non è un libro di testo. La Storia è fatta di dettagli all’apparenza sottili, ma che silenziosamente custodiscono il mondo che viviamo oggi.

Puyi finì i suoi giorni lavorando ai Giardini Botanici di Pechino. Forse, dopo essere stato il padrone di tutto e poi il padrone di nulla, trovò la pace solo curando le piante, le uniche creature che non si inchinavano a lui per obbligo, ma che crescevano verso il sole per natura.

Buon viaggio, o Yī lù píng’ān. Che il vostro cammino sia privo di “soglie troppo alte”.
Un abbraccio da Lechuguita 🙂

Se vuoi organizzare un viaggio in Cina, puoi contattarci qui: https://lechuguita.art/il-tuo-viaggio-su-misura-in-cina/

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